mercoledì 28 novembre 2007

tratto da LA STAMPA di oggi...

Il concorso sì bello e perduto

MICHELE AINIS

In Italia farsi largo sulla base del talento è diventata un’impresa da alpinisti. Sulla competenza trionfa per lo più l’appartenenza, la tessera di partito, la spintarella di cricche e camarille. Sarà per questo che 9 italiani su 10 pensano che per trovar lavoro serva la raccomandazione giusta (sondaggio Swg diffuso il 26 novembre). Sarà per questo che il 61% (secondo l’ultimo rapporto Censis sulla mobilità sociale) considera risorse economiche e relazioni personali ben più importanti del merito, se vuoi riuscire nella vita.

Non che manchino le regole. Se è per questo, ne abbiamo fin troppe. Siamo il quinto Paese regolamentato al mondo, ma le nostre 50 mila leggi non garantiscono il reclutamento dei migliori, bensì la raffinata selezione dei peggiori. Vale nel campo delle libere professioni, dove ordini e collegi mettono un tappo all’illustre sconosciuto. Così - per dirne una - nel decennio 1995-2005 la spesa per i farmaci si è impennata del 92,1%, mentre le nuove farmacie misurano il 7,8%. Nello stesso tempo la domanda di servizi notarili è cresciuta del 21,4%, i notai del 4,5%. Ma dov’è scritto che non si possa liberalizzare quest’antica (e ben remunerata) professione?

Tuttavia se c’è un campo dove il delitto si consuma con tutti i crismi del diritto, questo campo è la nostra cittadella pubblica, l’amministrazione dello Stato. Sarà capitato a molti d’incontrare il personaggio descritto da Francesco Merlo tempo addietro: nel comune di Catania c’era un ragazzo timido e silente, che stava lì per esclusivi meriti parentali. Chi era? Il «muto agevolato». Ecco, i nostri uffici pubblici sono ormai pieni di muti agevolati, il cui ingresso nelle stanze dei bottoni viene favorito da un fenomeno di cui si parla poco: la morte dei concorsi. Nel solo quindicennio 1975-1990 il 60% degli impiegati pubblici è stato immesso in ruolo senza alcun concorso, nonostante la denunzia inascoltata di Sabino Cassese. In seguito questo malcostume si è aggravato, anche e soprattutto per il blocco dei concorsi, prorogato di anno in anno dalle varie Finanziarie. C’è ovviamente qualche deroga, ma come gocce nel mare. Sicché sono meno di 600 i bandi pubblicati da regioni e ministeri fra il 2000 e il 2006. Nel 2005, per citare un solo esempio, vennero assunti tramite una regolare selezione appena 800 dipendenti in tutti i ministeri, negli enti previdenziali meno di 300. L’ultimo corso-concorso per i dirigenti è di 9 anni fa. Il vecchio ministro ha bloccato i concorsi da professore nelle università, il nuovo non ha sbloccato il blocco.

Ma non è giusto gettare via il bambino insieme all’acqua sporca. Benché di questi tempi la tentazione sia diffusa, come mostra la parabola del bipolarismo all’italiana: funziona male, però invece di correggerlo c’è chi vuol riesumare la prima Repubblica. Quanto ai concorsi, tuttavia, per liberarcene dovremmo inoltre liberarci di una norma costituzionale (l’art. 97) che li prescrive come regola per l’accesso ai pubblici impieghi. E tale regola conserva inalterate tutte le sue ragioni. Il concorso infatti garantisce (o meglio dovrebbe) l’imparzialità della selezione, nonché l’indipendenza dell’amministrazione rispetto alla politica. Ecco perché la politica al contrario preferisce i co.co.co., i contratti a termine, la precarizzazione del lavoro pubblico. Perché così sceglie i fedeli, riservando loro una sanatoria alla prima occasione. E infatti la Finanziaria 2007 ha assunto senza uno straccio di concorso 150 mila precari nella scuola, quella del 2008, a quanto pare, ne assumerà altri 400 mila. Se vogliamo dare fiato al merito, è invece opposta la strada da percorrere. Una legge quadro sui concorsi, che garantisca la terzietà dei commissari rispetto ai candidati. E magari un’unica procedura annuale per ogni categoria professionale, con un albo degli idonei dal quale possano pescare le varie amministrazioni.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ogni tanto qualcuno denuncia o prende atto dello scandalo. Ma se non cambia la politica e/o i politici italiani, questo sistema truffaldino non si modificherà di una virgola. I cittadini italiani che hanno ben presente questa situazione sono forse solo una minoranza. Quella che non ha appoggi e/o coperture politche adeguate. E' troppo poco prenderne atto, bisogna agire su chi di dovere perché le cose cambino davvero. In meglio, si spera.

Anonimo ha detto...

Poveri noi... ormai abbiamo person ogni speranza!!! Che paese di merda!!!